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31 Marzo 2009 - Minerva non si arrende - Raffaella Baraldi

Molte le suggestioni emerse in occasione della presentazione della ricerca "Minerva non si arrende". Innanzitutto sono stati fatti un po' di conti che confermano il peso numerico degli ultrasessantenni nella nostra società. Da dieci anni abbiamo superato il numero dei giovani e fra 40 anni saremo più del doppio di coloro che avranno una età compresa entro i 15 anni. La società fa fatica a prendere atto di una dinamica demografica che non sembra affatto un fenomeno transitorio e i giovani sessantenni continuano ad "essere pensionati" presto: rispetto a dieci anni fa la loro partecipazione al lavoro è diminuita del 3%. Solo il 20% di coloro che hanno una età compresa fra i 60 e i 64 anni partecipano al lavoro mentre in altri paesi, ad esempio in Svezia, tale incidenza raggiunge il 60% ( Dati Banca di Italia e Censis).
A fronte di questa uscita dal lavoro per certi versi prematura, la sensazione che provano le donne è ambigua. La ricerca ha evidenziato che molte, al momento della pensione, vivono un sentimento di libertà mescolato con una sensazione di vuoto che si prospetta per il futuro ed auspicano una modalità di lavoro che consenta il prolungamento dell'attività, eventualmente con responsabilità ridotte.
In generale è stata condivisa l'ipotesi che le politiche di welfare continuino ad agire come se i confini fra le età fossero immutabili, insensibili al variare delle condizioni socio-economiche e culturali. La sensazione è che si tardi a prendere atto della longevità attiva, che non apprezza la standardizzazione delle regole del gioco e chiede di valorizzare progettualità personali, spazi di autonoma scelta, un rapporto più articolato fra terza età e cultura collettiva.
La percezione della dimensione sociale e culturale nella definizione di anziano messa in evidenza dalla ricerca è stata confermata dal dibattito svolto che ha sottolineato come l'evidenza dei fenomeni biologici che avvengono nel corpo e le trasformazioni che ne conseguono, abbiano finito col privilegiare una idea collettiva di vecchiaia come privazione e malattia ed una chiave di lettura medico-sanitaria del cambiamento.
La proposta di promuovere iniziative associative con l'intento di abbattere gli ostacoli e i pregiudizi di un approccio univoco per riprendere le redini di lettura dell'anzianità in termini culturali e restituire alla condizione dell'età di mezzo la complessità che la caratterizza, è stata confermata come obiettivo condiviso da tutti i partecipanti che pur nella differenza delle esperienze sentono l'esigenza di una società più accogliente, in cui sia più facile mantenere l'autostima, lo sviluppo del proprio potenziale adattivo, il mantenimento della volontà di esprimere progetti. L'anzianità attiva richiede il rispetto e la consapevolezza della complessità dell'esistenza: l'educazione interiore potrebbe allora essere più produttiva del bisturi.


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